• Museo della Vita Contadina
    in Romagna
    Orari del Museo per l'anno 2014:Apertura in qualsiasi giorno su richiesta chiamando il numero: 349-7881929
  • Settore dei Favolari Fiabe di Romagna
  • Una panoramica della nuova esposizione
  • Storia dell’Associazione La Grama
  • Il centro della casa contadina
  • Una vita al telaioD'inverno al tepore delle stalle si filava. Ogni donna aveva la propria rocca e il proprio fuso. Le filatrici si classificavano in quattro categorie: le principianti filavano il comento, le iniziate filavano la stoparina, le esperte filavano il legoro e le provette, le nonne, filavano il fiore.
Notice
  • EU e-Privacy Directive

    This website uses cookies to manage authentication, navigation, and other functions. By using our website, you agree that we can place these types of cookies on your device.

    View e-Privacy Directive Documents

E scors d'Macaì

(da "Dri l'irola", n.4)

 

Una precisazione storica è necessaria prima di presentare questo "discorso funebre", datato maggio 1910. Dovete sapere che dalla metà del secolo scorso fino all'avvento del fascismo, San Pancrazio è stato uno dei paesi più politicizzati della Romagna. La maggioranza della popolazione, il 60% circa, era costituita da repubblicani (benestanti, artigiani, contadini e braccianti). Poi si contavano una ventina di anarchici, pochi socialisti e gli altri erano cattolici, chiamati prima "squaciarel" poi "pipi", dalla sigla PP del Partito Popolare.
L'anticlericalismo era esteso soprattutto al centro del paese (lungo l'antica via Molinaccio), dal fiume Montone fino all'inizio di via Torre (ora via della Libertà, incrocio con vicolo Torre). Da via Torre fino alla Chiesuola erano tutti cattolici, salvo alcune famiglie.
Nella zona anticlericale, ad esclusione di alcune vecchie donne, nessuno andava a messa, pochi battezzavano i figli, pochi si sposavano in chiesa e i funerali erano celebrati con rito civile. Come il prete faceva il discorso in chiesa ai cattolici defunti, così ai laici defunti era consuetudine rivolgere un breve discorso il giorno della sepoltura.
Per ogni funerale c'era l'oratore di turno. Per i defunti di qualche prestigio c'era il Professor Carlo Cantimori oppure Virginio Pezzi (Gino d'Loca), ma per lo più l'oratore ufficiale era il Ragionier Ceccarelli, sindacalista repubblicano per Russi, Godo e San Pancrazio. Di lui si ricorda la frase consueta con la quale apriva ogni suo discorso funebre: "E i buoni se ne vanno!"

Il giorno della sepoltura di Cesira Cogolli, vedova Spadoni, Ceccarelli ebbe un incidente stradale: una ruota si sfilò dal biroccino che lo portava a San Pancrazio e si ruppe una spalla. Fu allora che si fece avanti e prese la parola Egisto Scaioli, detto Macaì d'Macajò, portabandiera del circolo Mazzini di San Pancrazio, di professione garzone da contadino, che era conosciuto come colui che ogni tanto, specialmente di sabato o nei prefestivi, ad una certa ora e ad una certa temperatura, nel circolo o nell'osteria di Clidona, dava sfogo alla sua passione oratoria. Ultimo nato della numerosa famiglia dei Macajò costretta a vivere in un piccolo podere in vicolo Torre, Egisto Scaioli, terminati gli studi (finita la terza elementare), fu mandato a fare il garzone presso una famiglia di grossi contadini. Si dice che ci prendesse talmente gusto che in vita sua non fece altro.
Divenne molto stimato per la bravura che dimostrava in tutti i lavori. Non appena si sapeva che era disponibile riceveva tante offerte di lavoro. Quando stabiliva i patti, Macaì aveva una clausola fissa: "Il vino che sa di aceto non lo bevo, l'acqua non la bevo e soprattutto sappiate che io sono il portabandiera del circolo repubblicano Giuseppe Mazzini di San Pancrazio e tutte le volte che c'è una manifestazione o un funerale io bisogna che vada anche durante i lavori più importanti".
Era una persona molto gioviale e simpatica. L'unica sua mania era quella di improvvisare discorsi sempre sulla Repubblica e su Mazzini; era tanta la foga che metteva nel pronunciare il nome del maestro che invece di Giuseppe Mazzini si aveva l'impressione di udire Diciassette Mazzini.

Quel giorno dunque, al funerale di Cesira Cogolli, Macaì prese la parola al posto dell'infortunato ragionier Ceccarelli:
"Amici repubblicani e non repubblicani, donne, uomini, cittadini tutti della Repubblica
di domani. In mancanza dei cavalli si doperano anche i sumari, in mancanza dell'oratore
parlarò io. La povera Cesira l'è morta ....E i suoi figli piangeranno che avevano incora
bisogno d'su mê, che quando l'è rimasta vedova non è andata malabiando da usso
a usso ma con il sacrificio à levato sù tre bravi burdelli lavoratori e buoni repubblicani.
E quando al povero Miglio ci prese quella palmunite doppia alla cariola, lei li la stasè
quattro giorni e quattro notti sempre accanto al letto fino che dasè l'ultimo rispiro.
Io lo so bene perché andavo a Russi con la cavalla d'Pumpeo d'Pasquet a prendere
l'usìgino da rispirare. Cisira tu sei stata una brava sposa una bona mâma una
gran lavuradora e una bona repubblicana. Va in pes pureta e che la terra ti sia ligera, e
come gridò tua cognata Ceda quella sera alla cena del scartozzo, viva quella spada
che trionferà il giorno della Repubblica! E con i nostri vesilli, e cun Garibaldi in testa, Mammeli, Luciano d'Manera, Safi, Rrrmilini e il grande maestro Gggiuseppe Mazzini, io
ti prometto Cisira, se ai sarò quel giorno ti verrò a piantare la nostra bandiera sulla busa!"